Ammettiamolo, quando si parla di pizza all’estero, la cosa si fa spesso parecchio tragica. Io e Antonio di Malati di Pizza, dopo aver girato il mondo per cercare le migliori pizze contemporanee, abbiamo deciso di fare il percorso inverso e buttarci nel baratro. Siamo finiti in Irlanda, senza forni né farine decenti, e abbiamo pensato: perché non prendere le pizze delle catene più famose e vedere cosa succede? Il risultato è stato un’esperienza quasi surreale, una di quelle che ti fa rivalutare anche la peggiore pizza surgelata del supermercato.

Papa John’s, la vetrificata da 22 euro

La prima a finire sul banco è stata una pizza di Papa John’s, che tra l’altro abbiamo pagato la bellezza di 22 euro. Già a vederla sembrava più un esperimento scientifico che una pizza: la superficie era tutta bucherellata e il bordo sembrava una crosta, ma non di quelle buone del pane, bensì di quelle che ti si formano sul ginocchio quando cadi da bambino. La parte peggiore? Sotto era completamente inzuppata e molle, come se l’impasto fosse rimasto troppo umido, e unto al punto che sembrava una mutanda bagnata. Il taglio con le forbici è stato rivelatore: sono tornate indietro come se stessero tagliando un elastico, segno di un impasto privo di struttura e per niente digeribile.

Il sapore dolciastro e la maionese all’aglio

Passiamo all’assaggio, e qui la situazione è precipitata. Antonio è stato diretto: sa di culo, e il dolciastro dell’impasto copriva tutto. Ma perché mettere così tanto zucchero in una pizza? Per creare dipendenza. Il cornicione, privo di alveolatura e dalla consistenza gommosa, era salvabile solo intingendolo nella salsina all’aglio, l’unica nota decente di tutto il pasto. Il salame piccante non era malvagio e mi ha ricordato un po’ le pizzette da bar, ma il connubio con una base dolce e un formaggio sulla via della liquefazione ha trasformato tutto in un’esperienza da film horror.

Domino’s, l’involettata peggio vestita

Poi è toccato alla pizza di Domino’s, e le premesse non erano migliori. L’aspetto era discutibile, con una distribuzione del formaggio che sembrava fatta a caso, ma la vera sorpresa è stata quando abbiamo provato a sollevare una fetta: si piegava come un pezzo di carta velina e l’olio colava a fiumi. Il sapore era dolce esattamente come l’altra, con quella sensazione di avere in bocca un impasto zuccherato e unto che non ti fa capire se stai mangiando un pasto o un dessert sbagliato. Alla fine, abbiamo dato voti bassi: tra due e mezzo e tre su dieci, e solo perché il salame era quasi buono.

Verdetto finale e una domanda per te

Alla fine, la lezione è chiara: la pizza è riconosciuta in tutto il mondo, ma la sua anima vera è difficile da esportare, specialmente quando si tratta di catene che cercano solo di venderti un prodotto industriale appena scaldato. Per me, mangiare una di queste pizze è stato come andare a cena da un parente che non sa cucinare ma si ostina a volerti stupire: apprezzi lo sforzo, ma poi ti chiedi dove hai sbagliato nella vita. Tu che pizza all’estero hai assaggiato che ti ha fatto venire voglia di tornare a casa e impastartene una da solo?

https://youtu.be/2hks4Wr1izw